Ho chiesto al mio vicino di casa per ben tre volte di smettere di lanciare bustine di tè dal balcone sul mio terrazzino sottostante. La prima volta si è scusato, la seconda ha fatto spallucce, e alla terza si è persino messo a ridere: è stato allora che ho smesso di chiedere con le buone maniere.
Un’abitudine sgradevole e puntuale come un orologio
Ogni giorno, puntualmente, una nuova bustina superava la ringhiera del piano superiore. L’orario era quasi sempre lo stesso: la prima arrivava verso le sette del mattino, mentre un’altra faceva la sua comparsa intorno alle nove di sera.
La routine dell’inquilino dell’appartamento 4B era diventata così prevedibile che non avevo quasi più bisogno di guardare l’orologio. All’inizio avevo sinceramente creduto si trattasse di un banale incidente capitato per distrazione.
Il primissimo residuo era atterrato accanto a uno dei miei vasi di fiori. L’avevo semplicemente raccolto da terra, gettato nella spazzatura e me ne ero completamente dimenticata senza dare troppo peso all’accaduto.
I primi danni sul mio balcone
Circa due settimane più tardi, però, sono uscita sul balcone e ne ho trovata un’altra adagiata direttamente su un asciugamano bianco pulito, steso ad asciugare su una sedia. Un alone scuro e umido aveva già impregnato irrimediabilmente il tessuto chiaro.
Quello è stato il momento in cui ho deciso di salire le scale per parlargli di persona:
- Ho raggiunto l’appartamento 4B e ho bussato alla porta.
- Gli ho mostrato direttamente la bustina umida chiedendogli se fosse sua.
- L’uomo ha mostrato un’espressione colpevole e si è strofinato la fronte, dicendo di essere mezzo addormentato al mattino.
- Mi ha assicurato che non sarebbe mai più successo, sembrando sinceramente imbarazzato.
Ero tornata al mio piano ringraziandolo, chiedendomi persino se non fossi stata io a esagerare per una sciocchezza. Il mattino dopo, però, un’altra bustina bagnata giaceva sul mio pavimento.
Il rispetto del vicinato dopo undici anni
Nonostante la delusione, ho lasciato correre e per quasi tre settimane sono rimasta in silenzio. Vivevo in quel palazzo da undici anni ed ero sempre stata una persona accomodante e disponibile verso tutti.
«Vivo qui da undici anni e ho sempre cercato di essere una vicina affidabile: innaffiavo le piante di chi viaggiava, ritiravo i pacchi e tenevo gli animali domestici.»
Durante l’inverno precedente avevo perfino ritirato diverse consegne postali destinate a lui mentre era fuori casa. Eppure, usare il proprio cestino sembrava una richiesta insormontabile.
Una sera, mentre mi trovavo in casa, ho percepito distintamente quel tonfo sordo all’esterno: plop. Sapevo fin troppo bene cosa significasse quel rumore.
Il secondo confronto davanti alla porta del piano di sopra
Questa volta il lancio era atterrato proprio sul cuscino della mia sedia preferita, lasciando una vistosa macchia scura. A quel punto ho deciso di salire nuovamente al piano superiore per chiarire la situazione in modo definitivo.
Quando ha aperto la porta e gli ho fatto notare che continuava a lanciare bustine di tè dal balcone rovinando le mie cose, la sua reazione è stata totalmente diversa. Si è limitato a fare spallucce dicendo che si trattava solo di tè.
Appoggiandosi con fare rilassato allo stipite, mi ha detto che vivendo al piano di sotto dovevo accettare che le cose cadessero, aggiungendo persino che avrei dovuto ringraziare che si trattasse solo di infusi. Poi ha chiuso la porta.
Un piano meticoloso senza urlare o fare scenate
Rimasta sola nel corridoio, ho capito che perdere le staffe o mettermi a gridare non avrebbe risolto nulla. Avrebbe soltanto dato a quell’uomo il pretesto di dipingermi come una persona instabile che perdeva il controllo per una questione insignificante.
Ho deciso comunque di concedergli un’ultima possibilità: se la mattina seguente non fosse atterrato nulla, avrei lasciato perdere. Alle 7:04 precise, però, il solito rumore è risuonato all’esterno, seguito dal ritrovamento dell’ennesimo scarto umido.
Invece di arrabbiarmi, ho sorriso, sono rientrata in cucina e ho preparato il caffè. Avevo bisogno di un sistema che gli facesse comprendere che ciò che per lui era invisibile dall’alto diventava sporcizia per chi stava sotto, senza ricorrere a nulla di illegale o distruttivo. Ho trascorso quasi tutto il pomeriggio a preparare ogni dettaglio.
L’attesa all’alba delle sette del mattino
Il giorno successivo mi sono svegliata di buon’ora. Alle 6:55 ero già seduta fuori, con la mia tazza di caffè in mano, il telefono a portata di mano e nessuna intenzione di andare a bussare per la quarta volta al piano superiore.
«Alle 7:03 ho sentito muoversi qualcosa sopra di me; subito dopo, la porta del suo balcone è scivolata via aprendosi.»
La mano dell’uomo si è allungata oltre la ringhiera, stringendo qualcosa tra le dita prima di lasciarlo cadere nel vuoto. Ma stavolta non avrei sospirato raccogliendo i cocci: il mio vicino stava finalmente per capire il motivo per cui avevo impiegato tutto il pomeriggio precedente a organizzarmi.